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Ministro Franceschini all’inaugurazione del Velia Teatro Festival

“L’estate 2021 sta facendo riscoprire il vasto patrimonio di teatri di pietra di cui gode l’Italia, soprattutto nel Mezzogiorno. Le gradinate di questi antichi luoghi di spettacolo stanno tornando a risuonare di musica e parole, recuperando una notevole centralità nelle nostre vite. La ventiquattresima edizione del VeliaTeatro Festival coglie questa tendenza, restituendo alla scena il teatro antico dell’Acropoli Elea Velia, che torna a ospitare una rappresentazione dopo 2.500 anni. Frutto inatteso della pandemia, la nuova vita dei teatri di pietra nella stagione estiva rilancia una tradizione che nel nostro Paese non si è mai estinta del tutto e permette di immaginare un fecondo dialogo culturale con gli altri Paesi del Mediterraneo in cui la civiltà greca e quella romana sono fiorite, lasciando questa importante eredità. Oggi, anche da Elea Velia parte un messaggio importante che merita di essere ascoltato e rilanciato.” 

Dopo l’inaugurazione con l’Ecuba Regina di Ivana Monti al teatro Antico, il festival continua lunedì 9 e martedì 10 agosto nella vicina Arena Zenone di Paolo Portoghesi (Fondazione Alario), con la prima nazionale di una coproduzione VeliaTeatro / Accademia “Silvio d’Amico”: LE BACCANTI di Euripide. 

‘Ho l’impressione di vedere due soli’. Travestire le baccanti nel XXI secolo, è il titolo della lectio brevis di Giovanni Greco (laureato in Lettere Classiche presso la Sapienza e in Regia presso l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica ‘Silvio D’Amico’, dove insegna Recitazione in versi) a cui seguirà lo spettacolo, con traduzione, adattamento e regia dello stessoGreco.

In scena – accompagnati dalle musiche di Daniela Troilo – gli allievi del secondo Anno dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica: Luisa Banfi, Chiara BusinaroCosima CenturioniDavide FasanoGabriele Graham GascoRiccardo RampazzoSangiorgio PaoloYounes SaraTortora ClaudiaNuvoletta LucarelliAttilia MauranoGiorgia Maria d’Isa – (9 agosto) Fabio Carta, Leonardo Cesaroni, Giorgia Fagotto Fiorentini, Pietro Giannini, Sara Mancuso, Adele Maria Masciello, Matteo Santinelli, Marco Tè, Samuele Teneggi, Irma Ticozzelli, Irma Ticozzelli – (10 agosto)

Le Baccanti, ultima opera di Euripide (andata in scena nel 404 a.C.), epilogo della grande vicenda del teatro ateniese del V secolo che muore con la sconfitta di Atene nella Guerra del Peloponneso e della democrazia, rappresentano un’opera multipla. Il ritorno a Tebe di Dioniso e del suo culto e la vendetta che il dio si prende delle sorelle della madre Semele e di Penteo, figlio di Agave che si oppone alle derive irrazionali del bacchismo, diventano l’occasione per intrecciare sperimentazioni linguistiche e tracce tematiche di straordinaria attualità.

Il lavoro di messa in scena va nella direzione di recuperare gli aspetti più interessanti di questo testo paradigmatico, dove si mescolano teatro nel teatro e antefatti della saga tebana, religione come adesione fideistica e religione come fondamentalismo. Ma più interessante estrapolare nella direzione di una messa in scena che guardi al contemporaneo la relazione storica e terapeutica tra le menadi invasate da Dioniso e le tarantolate del Salento, preda di pulsioni erotico-animalesche da far emergere con la danza il canto e i colori; i fortissimi punti di contatto tra la mitopoiesi dionisiaca e quella cristologica che hanno addirittura permesso allo Pseudo Gregorio Di Nazianzo di scrivere nel XII sec. d.C. un Christus patiens con i versi euripidei della morte di Penteo che noi conserviamo a tutt’oggi solo grazie a lui; ultimo ma non meno importante focalizzare l’attenzione su un testo teatrale e su un personaggio che è dio del teatro rendendo questo testo uno dei primissimi esempi di metateatro e di messa in scena del travestimento, cioè dell’ambiguità di genere come peculiarità della semiotica teatrale.

Dunque, un testo che permette un approccio ibrido, meticcio, che ha avuto un grande revival nel secondo Novecento proprio per la sua tensione mai risolta tra razionale e irrazionale, tra apollineo e dionisiaco, tra ragione e passione (anche religiosa), in un rapporto da ridefinire continuamente e proficuamente tra uomo e natura, tra uomo e artificio, tra corpo e spiritualità (così ben delineato nel libro di M. Fusillo, Il dio ibrido) che ancora oggi non finisce di interrogarci.

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